Gli
angeli venuti dall'est - di Mario CORCETTO
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Sino a poco tempo fa si guardava a Montecalvo, ed ai piccoli centri in
genere, come a delle oasi di “civiltà” dove
sopravvivevano tradizioni e valori da tempo scomparsi altrove. Chi era
rimasto in paese amava sottolineare - in certi casi a ragione - che nel
luogo poteva pure mancare qualche comodità, ma dal punto di
vista umano era un altro vivere. La città era dispersiva, i
contatti umani rarefatti, spesso limitati ai rapporti di lavoro, sempre
un po’ freddi e distaccati. Le occasioni per socializzare sempre
più rare. La stessa famiglia era meno coesa e la solitudine era
molto sofferta da tutti, soprattutto dai vecchi: spesso destinati a
morire in qualche ospizio.
In paese, invece, le amicizie nate tra i banchi di scuola o per le
strade del quartiere duravano spesso tutta la vita. La gente era
più cordiale e disposta al contatto; la disponibilità
anche tra semplici vicini era incondizionata.
La famiglia conservava una sacralità atavica e rimaneva sempre
punto di aggregazione, il centro di solidarietà per antonomasia.
Luogo ove ogni gioia veniva condivisa, ogni difficoltà
partecipata. Estremo baluardo contro le insidie del mondo esterno.
In essa il bambino trovava la sua serenità, il giovane la giusta
guida, l’uomo maturo il suo riconoscimento, il vecchio il sacro
rispetto ed il necessario sostegno nell’età della
vulnerabilità.
Nella famiglia patriarcale di un tempo era molto frequente che i
genitori vivessero fino alla morte insieme ad un figlio, generalmente
il primogenito. A questi era riconosciuto qualcosa in più quando
si divideva la proprietà (lu tierzu ‘nanti mani), con il
benestare degli altri figli che sapevano i genitori ben accuditi.
Nelle famiglie in cui i figli erano lontani per lavoro, c’era
sempre qualche figlio o qualche vedova bianca che rimanevano in paese a
farsi carico dell’assistenza ai genitori, ricompensati in parte
da qualche pratico vantaggio quando ancora questi potevano fornire
aiuto (come accudire i nipoti o far da tutore, garante e guida durante
l’assenza del marito).
Se i genitori vivevano per conto proprio e uno dei due si ammalava per
lungo tempo, i figli si alternavano al suo capezzale per periodi
più meno lunghi compatibilmente con gli impegni lavorativi di
ognuno. Non di rado le ferie venivano trascorse accudendo il genitore
bisognoso. In ogni caso, insomma, tutti i figli, chi più e chi
meno, si facevano carico dell’assistenza dei genitori.
Portare a morire un anziano in un ospedale era considerata una
vergogna: sia per i figli che così facendo non avrebbero
mostrato, agli occhi della gente, il dovuto rispetto per genitori; sia
per questi ultimi ai quali il mancato rispetto da parte dei figli li
faceva apparire cattivi educatori, incapaci di guidare i figli secondo
la tradizione e di guadagnarne il rispetto. Quando l’anziano si
trovava già ricoverato e le cose precipitavano si faceva di
tutto per portarlo a morire a casa, sapendo così di far piacere
al moribondo che si sentiva rispettato anche nell’ultima sua
volontà: morire con dignità a casa propria dove anche un
lamento era meglio sopportato e la sua intimità rispettata.
Se il vecchio non aveva figli trovava l’aiuto di parenti o vicini
di buona volontà a cui lasciava in eredità tutti i suoi
averi in cambio di un po’ di calore umano e dell’assistenza
in caso di malattia. Tuttavia, anche quando non aveva di che
ricompensare il benefattore l’anziano derelitto trovava lo stesso
l’aiuto che gli necessitava, fornito per sola pietà
Cristiana da amici o vicini. Le cure erano in ogni caso amorevoli
quanto quelle riservate ad un genitore.
Purtroppo l’ultima generazione che ha avuto tali riguardi verso i
propri vecchi si affaccia ora sul sentiero del proprio tramonto e, pur
avendo seminato gli esempi di cui si è detto, lo trova
sciaguratamente deserto, senza nessuno pronto a far da accompagnatore
per l’ultimo tratto di strada.
Quando l’anziano ha esaurito la propria possibilità di
essere utile e comincia ad avere lui necessità di aiuto e
sostegno, nota sempre più spesso che la propria famiglia si
dissolve come neve al sole. Il padre o la madre diventano un peso ed
iniziano le controversie tra i figli per stabilire a chi spetti
accudirli: il tempo per dedicarsi a loro non è mai sufficiente,
ci sono i figli da seguire, il lavoro li assorbe oltremodo (e spesso
svolgono gli stessi lavori dei padri...)!
Il proliferare nella zona di centri per anziani lungodegenti è
la riprova di tale mutato atteggiamento nei confronti dei vecchi per i
quali, troppo sbrigativamente, si accetta l’ineluttabile con
malcelata rassegnazione: - purtroppo c’è
l’età, che ci possiamo fare?! Almeno da
“Chianca” c’è personale specializzato che sa
sempre cosa ci vuole…
Il solo far visita al genitore anziano diviene una gravosa incombenza a
cui volentieri ci si sottrae il giorno di festa! Specie se si hanno
ospiti a pranzo!
Spesso le uniche visite sono quelle delle suore del paese che portano
ai vecchi e ai sofferenti la simpatia di Cristo. Qualche volta anche di
sera. E accade anche che la risposta al saluto delle religiose siano
per l’anziano visitato le prime parole pronunciate nella giornata.
Ne potremmo dedurre, forse con eccessivo semplicismo, che concentrati a
migliorare la nostra posizione economica abbiamo trascurato di
coltivare quello che era il nostro comune sentire. Non siamo,
probabilmente, stati capaci armonizzare il benessere economico
conquistato con i valori fondanti della nostra comunità.
Ora per fortuna questo tragico problema sta trovando una insperata
soluzione grazie al flusso migratorio di donne provenienti dai paesi
dell’est europeo, note oramai a tutti come Badanti. Donne di
età compresa tra i 40 ed i 50 anni che hanno figli grandi,
spesso sposati, che quindi non hanno più bisogno di essere
accuditi. Si tratta di gente che non ha più un lavoro in patria,
o che deve completare il pagamento del mutuo fatto per l’acquisto
della casa, o che deve guadagnare i soldi per spesare il matrimonio di
un figlio, o che semplicemente ha bisogno di sollevarsi economicamente
ed accetta di sacrificarsi per un po’ di tempo a migliaia di
chilometri di distanza dalla famiglia. Persone generalmente di scarsa
cultura, senza particolari specializzazioni lavorative, perlopiù
contadini, a cui a noi arricchiti guardiamo più per il loro
proficuo impiego in lavori per noi scomodi che per la loro ricchezza
interiore. Figure perfettamente sovrapponibili ai nostri emigranti
degli anni Cinquanta e Sessanta che a frotte hanno invaso mezza Europa.
Non sempre queste donne sono accompagnate dai mariti che, poco
richiesti dal nostro mercato del lavoro, rimangono in patria a curare i
loro interessi o magari ad accudire i loro anziani.
Persone dignitose che, spinte dal bisogno che le ha portate
lontano da casa (mi sembra di averla già sentita questa
storia!), accettano di sostituirsi ai figli degli anziani montecalvesi,
contentandosi di compensi a volte irrisori se rapportati alla
disponibilità offerta ed all’impegno speso. Né
potrebbe essere altrimenti, vista la capacità di badare al
proprio particolare affinata dai datori di lavoro: forse superficiali
nel definire come accudire i propri anziani ma assolutamente scrupolosi
nel calcolare “l’equo” compenso per la Badante e le
spese per il vitto dell’anziano.
Così, facendo un po’ di calcoli, sommando
l’indennità di accompagnamento alla pensione
dell’anziano, riducendo al minimo le spese per mangiare, per la
casa e per il riscaldamento si ha di che pagare la Badante e
risparmiare abbastanza per pagare la macchina al nipote del caro
infermo, già cresciuto con l’abitudine di andare a
salutare i nonni nei giorni di festa per riscuotere qualche regalia in
denaro.
Mi è capitato, invece, di parlare con Badanti che conoscono
ancora il piacere della gratuità dei gesti; persone che sanno
ancora riconoscere le cose veramente importanti. Gente non ancora
caduta nel vortice del consumismo, tuttora in grado di dare il giusto
valore alle cose. Persone dai costumi incorrotti capaci ancora di un
amore verticale che arriva ai giovani partendo dai vecchi.
Perciò non sorprende la gentilezza con la quale riescono ad
accudire gli anziani loro affidati, di quali amorevoli attenzioni si
rivelano capaci. Con vero spirito di sacrificio, tenendo nel giusto
conto il proprio utile, senza anteporlo al dovere.
Accade così che dall’incontro di due necessità
nascano cose meravigliose: l’umana pietà si personifica e
prende le sembianze di questi Angeli venuti da lontano; la sofferenza
per il distacco dalle persone care e dai luoghi d’origine
è messa a frutto nel migliore dei modi. Il dolore viene messo al
servizio del dolore, la solitudine al servizio della solitudine per
lenire gli effetti di entrambi.
Possiamo veramente dire che tra le due condizioni, la nostra e quella
di chi si trova un passo indietro nella corsa al benessere materiale,
sia migliore la nostra?
Firenze, 26 settembre 2006
Cordialmente, Mario CORCETTO
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