'A Televisione' - di Mario Corcetto
Durante un mio recente breve soggiorno a Montecalvo ho avuto modo di leggere l’ultimo numero de “il Pungiglione”, una pubblicazione curata dai giovani Montecalvesi riuniti nel movimento “Alternativa per Montecalvo”. Come sempre l’ho trovato interessante, pregno di intelligenti intuizioni e di coraggiose denunce; per lo più provenienti da una generazione di giovani il cui fermento politico e culturale la prefigura come valida futura classe dirigente del paese.
Appaiono finalmente lontani i tempi della mia adolescenza e della prima giovinezza, quando molti di noi erano mantenuti al pascolo, nel prato di Don Camillo o in quello di Peppone, in ogni caso buoni buoni, nella speranza che tale tranquilla condiscendenza sarebbe un giorno stata premiata con “l’elargizione” di un posto di lavoro, fisso e sotto casa. Senza che questa nostra passività indignasse nessuno, né noi ovviamente, né politici illuminati, né preti e, meno che mai, i responsabili della nostra formazione civica: pieni di sé e attenti esclusivamente allo stipendio ed all’appellativo di “prussò”.
Ma torniamo a “il Pungiglione”. Sull’ultimo numero del giornale ho letto molto volentieri il pezzo di Antonio CORLEONE dedicato all’arrivo della televisione a Montecalvo. Il pensiero è volato agli anni della mia fanciullezza quando anch’io ho vissuto la grande emozione della scoperta del piccolo schermo.
Non avendone la competenza non posso parlare, sebbene ne avrei estremo piacere, né degli aspetti sociologici né degli innegabili meriti dello strumento televisivo che indubbiamente ha rappresentato un validissimo mezzo di divulgazione di cultura, usi e costumi contribuendo non poco ad italianizzarci ed a perfezionare quel processo integrativo iniziato con l’Unità d’Italia.
Posso solo raccontare delle emozioni che l’esordio di tale mezzo ha saputo regalare a noi teleutenti di allora, peraltro in maniera ancora tanto discreta da non saturare la vita e l’animo di ognuno. Lasciando in tutti ancora lo spazio per continuare ad emozionarsi e a sognare in proprio.
Erano gli inizi degli anni sessanta e non in tutte le case era presente la TV. Ne disponevano poche famiglie, non necessariamente le più facoltose, e da queste volentieri messa a disposizione dei parenti e del vicinato. La sera, infatti, non era raro vedere per le strade del paese gente che con una sedia al seguito andava “a televisione”, si trasferiva, cioè, presso la casa del vicino per vedere insieme qualche programma di leggero intrattenimento o qualche film. La sedia veniva portata al seguito per arrecare meno disturbo possibile nel caso non bastassero quelle della casa ospitante.
A volte la famiglia visitata si trovava ancora a cena, in questo caso non era mai l’ospite inatteso a ritardare l’ingresso quanto il padrone di casa ad accelerare la fine del pasto.
Chi arrivava aveva già mangiato, comunque il padrone di casa non esitava ad invitarlo a voler favorire, secondo un vecchio sperimentato rituale fatto di inviti e dinieghi, apparentemente formali ma concreti e sinceri nella sostanza, in coerente linea con quell’innato e ancestrale senso dell’ospitalità, patrimonio del popolo montecalvese.
Per il padrone di casa il disturbo arrecato, compreso il condizionamento sulla scelta del programma da seguire, era ampiamente ripagato dal piacere di avere ospiti a casa che, con la loro presenza, gli facevano onore e quasi ne decretavano una sorta di elevazione sociale.
Sempre il sentimento prevalente rimaneva il piacere della condivisione che connotava la prima televisione come strumento di aggregazione sociale in antitesi a quella attuale che sempre più spesso divide finanche il marito dalla moglie, i genitori dai figli puntualmente interessati a programmi diversi.
Curioso e comico era a volte l’atteggiamento delle persone più ingenue che si ponevano le prime volte davanti al video: puntualmente rispondevano al saluto dell’annunciatrice; mantenevano sempre un atteggiamento composto nella convinzione che potessero essere viste dall’altra parte dello schermo; si sentivano in dovere di mostrare pudore alla visione di un bacio degli attori; si segnavano quando entravano nella sala TV dell’oratorio parrocchiale.
Lo strumento televisivo di allora lo ricordo ancora rispettoso delle altre forme di comunicazione e di ogni espressione d’arte: ad esempio esso dava adeguato spazio al cinema, anche con qualificati commenti introduttivi che aiutavano a vedere chi si accingeva a guardare, senza togliere il piacere - anzi aumentandolo - di andare nelle sale cinematografiche; dava l’opportunità di seguire importanti lavori teatrali anche in un piccolo paesino di provincia come il nostro; portava la musica nelle case di tutti, sia nelle sue forme più popolari con le rassegne canore sia nella sua forma più elevata con i concerti di musica classica.
La parte del palinsesto dedicata a noi ragazzi non era invasiva e martellante; eravamo avvezzati al piacere dell’attesa poiché tra un episodio e l’altro di ogni serie televisiva trasmessa per la “TV dei ragazzi” bisognava aspettare una settimana.
Questo saggio centellinare gli appuntamenti impediva che ce ne stancassimo e salvaguardava il piacere della lettura di un libro che sfuggiva invece ad ogni costrizione temporale. Ricordo poi che le serie televisive che ci venivano proposte (ad esempio Lassie, Furia, Poly, Pippi Calzelunghe ecc.) avevano tutte una caratteristica che li accomunava: avevano sempre una morale non violenta. Noi ragazzi di strada, abituati a farci “giustizia” da soli, mordevamo il freno di fronte alla calma e alla fiducia nel trionfo del bene con cui i protagonisti reagivano alle soperchierie di cui erano vittime: lo consideravamo un comportamento contronatura, ma intanto inconsciamente assimilavamo qualche buon insegnamento. Il telefilm visto il giorno prima, veniva immancabilmente raccontato tra noi, battuta per battuta, la mattina successiva prima di entrare a scuola. Compivamo così, senza averne coscienza, un esercizio di analisi e di riassunto degli aspetti più salienti, probabilmente più proficuo di tante esercitazioni scolastiche.
Vittime illustri di questo rivoluzionario strumento d’intrattenimento furono gli anziani: privati della loro funzione di divulgatori dell’antico popolare sapere e della loro funzione di catalizzatori della famiglia. Il loro spazio veniva rubato dalla televisione che, d’improvviso, banalizzava i loro racconti con i quali avevano piacevolmente intrattenuto le proprie famiglie davanti al camino. Con le loro narrazioni essi avevano sino ad allora travasato nelle giovani generazioni le loro esperienze di vita che venivano tesaurizzate da figli e nipoti.
Così, da un momento all’altro, smise di interessare il racconto dell’esperienza del servizio di leva o della guerra fatta dal nonno; quello dell’anno della “malannata”; quello delle gesta dei briganti, presentati come veri e propri eroi popolari; quello delle vicissitudini di che era emigrato in America; quello degli spiriti, delle streghe e dei lupi mannari.
Le favole si preferiva ascoltarle alla televisione; altri posti nuovi venivano visti attraverso il video e non più immaginati ascoltando il racconto del nonno.
Anzi spesso e con sempre minore imbarazzo a questi era chiesto di tacere per permettere di ascoltare le notizie del telegiornale o le battute di un film. Ogni volta la risposta dell’anziano tacitato, privato di quella autorità che sino ad allora gli era derivata dal suo sapere, era “Guardate sempre le stesse cose: quante volte le avete già viste?!”. Nel triste quanto vano tentativo di tornare al centro dell’attenzione. Interesse, purtroppo, definitivamente focalizzato altrove.
Che l’aspetto ludico della televisione prevalesse nell’immaginario della mia generazione ne è riprova il fatto che in occasione di lutti che colpivano direttamente la famiglia, veniva spenta la TV in segno di cordoglio per tempi più o meno lunghi a seconda della prossimità parentale dell’estinto. Ricordo di avere pianto più per la nostra Magnadyne spenta per oltre un mese che per l’immatura dipartita di un caro zio. Pazienza, anche quella era cura per lo spirito!
Nulla di tutto questo rimane oggi. Il mezzo televisivo è scaduto a mero strumento commerciale nella sua accezione più deleteria. L’audience è diventato il dio a cui tutto viene sacrificato: il pudore, l’amor proprio, l’onore, il buon gusto e tanti altri di quei valori in cui per tanto tempo abbiamo creduto. Nella cattiva maestra Televisione di oggi (per dirla con Popper) nulla più vale un’emozione.
Verrebbe voglia di recuperare i racconti dei nonni e di riprendere a radunarsi davanti al camino. Ma, illusi da quell’idillio che sembrava dovesse durare per sempre, abbiamo fatto il grave errore di non imparare più le vecchie storie e di aver perso la capacità di inventarne di nuove.
Ora l’unica cosa che potrebbe ancora emozionare sarebbe, forse, la visione delle formiche del 117 nell’atto di arrestare, all’ombra delle ridanciane magnolie di una storica piazza del paese, una cicala spendacciona risultata, all’accertamento induttivo, responsabile di una pesante evasione fiscale.
Cordialmente.
Mario Corcetto