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Chi dice donna... - di Mario CORCETTO

Amu fattu la malanuttàta e la figlia fémmina”, “Abbiamo fatto una cattiva nottata e la figlia femmina”, recita un vecchio adagio contadino montecalvese per significare che i guai non vengono mai da soli. Esso, come tutti i proverbi, non nasce tanto dalla fantasia di qualcuno in vena di creare massime, quanto da amare esperienze di vita vissuta ed egregiamente sintetizzate, in poche ed efficaci parole, dalla saggezza popolare.

Per quanto attiene all’origine del proverbio in argomento, ritengo che paragonare la nascita di una figlia femmina ad una sventura possa derivare, con buona probabilità, da una serie di pregiudizi che condizionavano, di fatto, il comune sentire del popolo montecalvese tanto da arrivare a vincolarne pesantemente l’agire.

Innanzi tutto il detto popolare potrebbe racchiudere il pensiero di chi, costretto dalle proprie misere condizioni di vita, metteva al mondo figli allo scopo di incrementare la potenziale forza lavoro. In tale ottica, un figlio maschio valeva di più di una figlia femmina. Egli era dotato di una forza fisica maggiore e di una più alta resistenza al lavoro prolungato. Aveva una spendibilità sul mercato occupazionale già in età precoce. Si poteva mettere “a padrone”, cioè affittare ad annata generalmente per un “sacco” di grano - all’incirca del peso di un quintale - un bambino in tenera età, di setto/otto anni, a qualche facoltoso massaro, che lo avrebbe impiegato nei lavori più umili, generalmente il governo degli animali da lavoro e da allevamento, e in altre servili incombenze come, ad esempio, quella di guadare il fiume portando sulle proprie spalle il figlio del massaro di ritorno dalla scuola.

Il lavoro maschile era meglio remunerato, quindi anche mettere un figlio a giornata garantiva un introito maggiore. Da grande poi, il maschio avrebbe potuto emigrare senza che ciò creasse particolari problemi, per sostenere economicamente la famiglia e guadagnarsi il necessario per sposarsi. Insomma un figlio maschio comportava poca spesa e dava una buona resa!

Viceversa una figlia poteva essere impiegata proficuamente solo nell’ambito della propria famiglia. Poteva, infatti, essere mandata a giornata, ma solamente per determinati lavori in cui un maschio poteva risultare sottoutilizzato: la spigolatura, la mondatura del grano dalle erbacce, la lisciviatura della biancheria ed altri lavori minori che non richiedevano particolare perizia e vigore e, per questo, scarsamente remunerati. Qualche volta le ragazze più fortunate erano messe a servizio presso le famiglie borghesi, talvolta anche fuori paese, dove si guadagnavano il vitto e qualche spicciolo per la dote.

Anche alcune motivazioni legate ai costumi potrebbero avere attinenza con il proverbio. Era frequente alla nascita di una bambina, sentirne canzonare i fratelli con frasi del tipo “attenzione che questa ti farà le corna!”. La risposta, quasi sempre la stessa “così non morirò impiccato!”, data con un atteggiamento di passiva rassegnazione, tradiva il desiderio di esorcizzare con una battuta di spirito quella che era, probabilmente, ritenuta una vera disgrazia occorsa alla famiglia.

L’onore e il grado di stimabilità cui ognuno ambiva nell’ambito della propria comunità, aveva tra le sue colonne portanti l’onestà - intesa come integrità di costumi - delle femmine della propria casa.
Una donna “leggera”, che concedeva i propri favori al di fuori del matrimonio, macchiava d’infamia se stessa e l’intero clan. Ciò era avvertito in maniera più forte tra i cafoni che tra i signori; le cui donne pur non essendo completamente immuni da tali mende comportamentali, avevano la privacy salvaguardata dal casato. Perché, come ben spiegava il compagno don Michele, “le corna dei cafoni erano come un cesto di noci”: rumorose. Mentre quelle dei signori “erano come un cesto di fichi!”.

Al fatto biasimevole della donna di “malaffare” seguivano scherno e isolamento per l’intera famiglia. Diveniva arduo il matrimonio anche per le altre femmine del clan e la rispettabilità del capo famiglia e degli uomini di casa ne usciva seriamente minata, rei di non aver saputo vigilare sulla dirittura morale di tutto il proprio nucleo familiare. Per questa ragione una figlia femmina, specie se di bella presenza, rappresentava un potenziale pericolo che richiedeva vigilanza continua e diffidenza verso chiunque.

Un altro argomento “forte” che frenava l’entusiasmo per la nascita di una figlia femmina poteva essere la consapevolezza di dover provvedere, a tempo debito, alla sua dote per il matrimonio: accasare una figlia femmina era di per sé un fatto difficoltoso, perché bisognava renderla partito appetibile. Alla nascita di una bambina non era raro sentirne parlare come di una “cambiale”, con chiaro riferimento all’impegno pendente sulle spalle dei genitori che erano tenuti, per regola invalsa, a mettere insieme l’occorrente per il corredo, l’entità del quale era convenzionalmente indicata con un numero, ad esempio se era a 6 comprendeva: 6 paia di lenzuola, 6 asciugamani, 6 mutande, 6 camicie, 3 coperte, 3 fazzoletti da testa, 3 paia di calze di lana, 6 fazzoletti da naso.

Il corredo inoltre prevedeva anche le masserizie, vale a dire: il letto, il guardaroba, 6 sedie, il tavolo (lu buffittinu), la cristalliera, la cassa. C’erano poi i cosiddetti “mobili bianchi”, vale a dire: la base per il braciere, la madia, il buratto, il tavolo per la pasta da fare in casa, un tavolo più piccolo (la buffittedda”) il paiolo, la conca e la pentola di rame. Di tutto questo bisognava dotare la figlia femmina che prendeva marito.

Con queste premesse non è difficile comprendere quale potesse essere, nella nostra comunità montecalvese, la condizione femminile in un passato per fortuna remoto. La donna doveva misurarsi con tutti questi pregiudizi e affannarsi in una continua lotta per non suffragare questi luoghi comuni. Una volta sposata doveva lavorare instancabilmente al fianco del proprio uomo alla pari e senza sconti, anzi…

Si racconta che una povera donna, stanca di zappare nella vigna col marito, per poter riposare qualche minuto avesse raccomandato alla figlioletta di 5 o 6 anni di dare un pizzicotto al fratello neonato per farlo piangere. Il pianto sarebbe stato attribuito alla fame, per cui con la scusa di allattarlo, avrebbe per un po’ lasciato la pesante zappa. Purtroppo la bambina non fu abbastanza maliziosa, e candidamente chiese ad alta voce alla mamma, quando avrebbe dovuto pizzicare il fratello. Tanto bastò per far scoprire lo stratagemma al marito e la povera donna, invece dell’agognato riposo, si buscò una sonora bastonatura.

La giornata di lavoro della donna iniziava molto prima di quella dell’uomo: doveva pensare alla propria toeletta (in verità un po’ approssimativa) e che ciò non fosse d’impaccio per alcuno; doveva preparare la “colazione” da portare nei campi: piatto unico - generalmente patate fritte con i peperoni - che doveva bastare per la colazione e per il pranzo; doveva accudire ai figli sempre numerosi; doveva rassettare casa; doveva pulire la stalla; doveva portarsi al seguito i figli: quelli in fasce erano portati nella culla, trasportata in equilibrio sul capo; doveva portare con sé il maiale che, quando era piccolo, era condotto nei campi per farlo pascolare. Questo triste tran tran era interrotto solamente il giorno in cui veniva preparato il pane, generalmente ogni due o tre settimane. Tuttavia c’era poco da gioire: per prepararlo bisognava rinunciare a parecchie ore di sonno e l’inizio dei lavori nei campi era solo rimandato.

Alla fine della giornata lavorativa, lunga quanto la durata della luce del sole, il rituale per la donna si ripeteva all’inverso: doveva raccogliere la legna per cucinare e per scaldarsi, trasportata sul capo poggiata di traverso sulla culla del lattante; doveva sistemare i figlioli; doveva riportare a casa il maiale che era stato tenuto al pascolo. Una volta rientrata doveva preparare la pasta fatta in casa (i tanto apprezzati cicatielli e non solo) per la cena, doveva apparecchiare, doveva rassettare la cucina e poi, finalmente a letto a dormire, non prima però di avere adempiuto i doveri coniugali.
Qualche famiglia possedeva una bestia da soma, asino o mulo, utilizzato per il trasporto dei prodotti della terra. Quando non destinato a questa bisogna  era cavalcato dal marito per l’andata ed il rientro dai campi. Alla moglie era consentito al massimo di attaccarsi alla coda dell’animale e lasciarsi tirare un po’ lungo i pendii. Tutto questo per riscattarsi da una sorta di peccato originale: quel presunto gap nel rendimento lavorativo dovuto alla più fragile costituzione fisica della donna.

Non meno insidioso era un altro aspetto: quello della morale. La donna montecalvese doveva essere, e non mancare mai di apparire, donna onesta, nella specificata accezione. Bisognava evitare con maniacale sistematicità ogni occasione di contatto con l’altro sesso, che non fosse con parenti o persone al di sopra d’ogni sospetto, quali religiosi (!), anziani o ammalati, per evitare che la cosa potesse arrecare pregiudizio alla sua condizione di donna virtuosa. Bastava a volte una battuta, una maliziosa allusione raccolta dal marito, dal padre o da un fratello nella cantina per scatenare alterchi, non di rado seguiti da violenze fisiche e verbali, sempre subite dalle donne in silenzio, nel segreto delle mura domestiche.
Se qualche comportamento avesse potuto gettare un’ombra sulla rettitudine di una ragazza nubile, questa rimaneva marchiata per tutta la vita: il suo matrimonio diveniva possibile solo con uomini particolarmente brutti, o con evidenti menomazioni fisiche o con vedovi carichi di prole. A tale pena soggiacevano anche quelle ragazze che, rapite per amore contro la propria volontà, avessero osato rifiutare il matrimonio riparatore (sic!).

Un’ultima notazione merita il ruolo della donna montecalvese nel governo dell’economia domestica. Le magre risorse familiari venivano da questa allocate con assennata parsimonia.
“Lu sparàgnu jà già nu uadàgnu!”,“Il risparmio è il primo guadagno”, sentenziava mia nonna, parlandone come regola d’oro della brava donna di casa. E a tale massima ogni buona madre di famiglia uniformava il proprio agire. Facendo attenzione a tutto, anche alle cose minime quale poteva essere un fiammifero.

Mentre al marito era concessa qualche frequentazione della cantina per qualche partita a carte, nessun diversivo era permesso alla donna. Si usciva di casa solo per le feste patronali e, spesso, con poca soddisfazione, almeno a giudicare dalle facce spaesate che si vedevano per le strade illuminate dalle “apparate”. Anche questo, a parer mio, faceva parte dello scotto da pagare per riscattarsi dall’altro peccato d’origine: la scarsa redditività e il costo maggiore che la donna rappresentava per la famiglia.

Chiudo qui questa mia breve discettazione che non ha la pretesa d’essere esaustiva sulla condizione femminile a Montecalvo. Vuole essere un affettuoso e sentito omaggio alle silenziose, operose, pazienti, forti, parsimoniose, generose, oneste donne montecalvesi. Succubi del costume, del pregiudizio e dell’altrui ignoranza. Mai considerate abbastanza, mai insignite di alcun riconoscimento, mai amate a sufficienza, mai comprese, mai rispettate, mai socialmente riconosciute, mai elevate agli onori degli altari (quanta santità è rimasta sconosciuta?). Se io fossi il sindaco di Montecalvo, intitolerei una strada alla “Donna montecalvese”.

Le donne erano l’unico vero collante delle famiglie, umili depositarie del sapere tradizionale, sagge consigliere, vestali d’atavici valori, motore inesauribile dell’economia domestica.
Le moderne generazioni femminili di Montecalvo possono vedere più lontano perché guardano il mondo poggiando sulle spalle delle donne-giganti  che le hanno precedute.

Firenze, 16 gennaio 2006
Mario CORCETTO

Se vuoi comunicare con l'autore scrivi a mariocorcetto@libero.it





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