COMPARTO
PAPPANO: NON SCHERZIAMO, RIMETTIAMO A POSTO LE LAMIERE! - di Mario Corcetto
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Dalla finestra di casa mia - quella che affaccia su Montecalvo
- lasciata aperta in questi primi giorni di primavera, ho
“buttato un occhio” giù al Piano. Ho
così visto che finalmente erano state tolte la lamiere che
delimitavano il cantiere del “Comparto Pappano”.
Come un bambino ansioso di vedere la sorpresa contenuta
nell’uovo di pasqua, mi sono affrettato a vedere cosa si
celasse dall’altra parte dei bandoni. Certo la protezione non
era alta e già potevo intuire che non si trattasse di un
capolavoro di architettura. Tuttavia, la speranza che la visione
d’insieme rendesse giustizia dei cattivi presagi mi aveva
sinora sostenuto.
Purtroppo, se quelli che ho visto su internet non sono
fotomontaggi - e so che non lo sono - , la realtà
supera anche la più fervida e perversa immaginazione.
Lo spettacolo che mi si è aperto agli occhi increduli
è quello di un agglomerato informe. Costruzioni che sembrano
bracci di carceri; monumenti alla sfrontatezza di chi pensa di non
dover rendere conto a nessuno. Case così orribili da far
rimpiangere le favelas della distrutta “ditta
Bona”, al confronto veri gioielli di architettura
avveniristica, peraltro col pregio di essere nate caduche.
Palazzine nate nel segno della continuità di quello stile
edilizio che, per troppo tempo, ha funestato con brutture indicibili
interi quartieri popolari (vedi ad esempio il Serrone e Bagnuolo).
Disarmonie architettoniche, quelle, realizzate sulla base di un unico
riciclato progetto, ogni volta ben pagato anche se malamente
scopiazzato dalle baracche di legno montate dall’Esercito
Italiano dopo il terremoto del 1962. Progettazioni contrabbandate per
gioielli di originalità, mentre so di saggi artigiani locali
che, chiamati a fornire la loro opera, non si recavano nemmeno sul
posto per prendere le misure: gli bastava chiedere chi fosse
il tecnico progettista!
Così gli attuali amministratori montecalvesi hanno perduto
anche l’occasione di rompere la continuità di tale
modo di edificare, contribuendo significativamente ad incrementare il
già ricchissimo stock di “aborti”
edilizi, senza nemmeno che questo costituisse
opportunità lavorativa per le ditte locali i cui operai
spesso sono dovuti emigrare nel nord del Paese.
Se le capacità amministrative di una giunta si dovessero
misurare in quantità di realizzazioni effettuate: sarebbe
innegabile il merito di chi ha saputo realizzare più case di
quante non ne fossero effettivamente necessarie. Più case
che abitanti. Qualunque tipo di casa. A spese del contribuente. Spesso
di quel contribuente costretto a sanguinose economie per pagarsi il
mutuo per comprare casa nella città dove è stato
costretto a vivere.
E nemmeno si possono tacere i “meriti” dei tecnici
responsabili che hanno permesso la realizzazione di quello scempio. Che
hanno consentito che si cadesse nel grossolano errore che anche un
manovale alle prime armi avrebbe evitato:
costruire le case al di sotto
del piano stradale!!!
Delle due, l’una. O nessuno se ne era accorto e allora il
team dei tecnici responsabili della direzione dei lavori farebbe bene a
rivedere la propria organizzazione mettendo a punto un’azione
di controllo più incisiva ed efficace. O si tratta di
completa incuria da parte di chi è pagato per progettare e
realizzare opere di pubblico interesse che siano ben armonizzate col
contesto urbano in sui si inseriscono. Che siano rispettose
delle esigenze di chi dovrà abitarle, di chi vuole ed ha
diritto di godere di un bel colpo d’occhio su quella parte
del paese che costituisce il suo biglietto da visita per i forestieri
che vengono a Montecalvo.
In ogni caso e per tutti - amministratori e tecnici - la conclusione da
trarre dovrebbe essere la stessa:
andarsene. Ma, ahimè!
L’avete mai visto uno zingaro mietere?!
Dico queste cose da “montecalvese in esilio” che
ama Montecalvo. Lo ama più di quanto non l’amino
molti di coloro che hanno avuto la fortuna di poterci rimanere a
vivere. Lo ama più di quanto possa comprendere qualche
amministratore di primissimo piano, tuttora in carica, che in occasione
della pubblicazione di un mio scritto - evidentemente poco gradito -,
ebbe a dire: “Ma cosa vuole? Se volessero dire la loro anche
quelli che sono andati via tanto tempo fa…”
(Mirabile punto di sintesi tra cultura democratica,
sensibilità politica e signorilità di tratto).
Vedere deturpato così il proprio paese è come
vedere la donna che si ama, e che non si è potuta sposare,
trascurata e maltrattata dall’uomo che ha avuto invece la
buona sorte di trovarsela immeritatamente a fianco, nel suo letto.
Cordialmente.
Mario CORCETTO
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