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Camera con vista - di Mario Corcetto

Tutti i Montecalvesi costretti a vivere lontano hanno generalmente un solo desiderio: ritornare prima possibile a vivere stabilmente nel proprio Paese.

Spesso però tale desiderio non è realizzabile e ci si deve abituare a convivere con esso per tutta la vita o quantomeno per la durata di quella lavorativa.

Per fortuna la tecnologia ci soccorre rendendo possibile, a chiunque lo voglia, vivere virtualmente la quotidianità del Paese pur dovendone rimanere distanti. Grazie ad internet, infatti, ogni montecalvese, dovunque risieda nel mondo, ha una camera della propria casa che affaccia su Montecalvo: una camera con vista, appunto.

Ciò può funzionare anche grazie a quegli operatori silenziosi - a cui giunga il grato riconoscimento di ogni montecalvese lontano - che aggiornano quotidianamente i vari siti. Con il loro servizio dimostrano amore per il Paese dove hanno avuto la fortuna vivere e attenta considerazione per chi se ne è dovuto allontanare.
Tale opportunità, oltre al piacere di farci sentire montecalvesi informati e partecipi della vita di tutti i giorni, stimola in tutti noi riflessioni e valutazioni sugli accadimenti politici, sociali, culturali e religiosi, resi a volte più penetranti dalla posizione privilegiata dell’osservatore distaccato.

Il sito, inoltre, attraverso la pubblicazione di lavori svolti da persone qualificate per capacità personali e per la serietà degli studi condotti, rappresenta anche un ottimo strumento per la divulgazione della cultura montecalvese, che grazie a tale potente mezzo raggiunge tutti.

Così, ad esempio, possiamo godere dei lavori dell’illustre concittadino prof. Angelo SICILIANO che, con rara serietà e competenza, racconta di Montecalvo con un approccio insolito: prendendo le mosse dalla quotidianità degli umili, ai quali con orgoglio si compiace di appartenere.

Possiamo leggere di usi, costumi e tradizioni purtroppo ora sconosciuti alle giovani generazioni montecalvesi. Saggi di cultura contadina, sinora tramandata oralmente e di cui non si trova traccia negli archivi delle case dei notabili, custodi di altro, parziale sapere.
La perdita di questo patrimonio culturale sarebbe stata un grave danno per tutti i montecalvesi, per i quali è importante sapere tanto dei Carafa e dei Pignatelli quanto di Antonio, di Pompilio, di Felice, di Angelo, di Leonardo, di Gerardo, di Domenico e di tanti altri “umili” che, con buona pace degli storici e dei pensatori locali, hanno avuto un parte importante sia nella storia del Paese - ancorché quasi sempre in veste di timide comparse - sia come principali artefici nello sviluppo della sua economia. Si pensi all’emigrazione di intere generazioni di giovani Montecalvesi che con il loro sacrificio hanno doppiamente favorito il Paese: con l’alleggerimento della pressione occupazionale e con le copiose rimesse rese disponibili alla popolazione stanziale.

Sacrifici questi quasi mai riconosciuti. Non a caso né le condizioni di vita della gente comune né le vicissitudini degli emigranti hanno mai trovato posto nelle dotte conferenze tenute dai poco scrupolosi storici locali i quali, sorvolando sulle misere condizioni di vita dei contadini e sui tuguri che avevano come abitazione, si sono sempre beati della potenza e dei fasti dei notabili, citandone orgogliosamente a riprova anche la presenza in Paese di “ben 25 palazzi signorili”. A ridimensionare l’autocompiacimento del conferenziere sarebbe bastato riflettere su quell’elementare principio economico secondo cui dove qualcuno consuma una ricchezza che non ha prodotto, c’è qualcun altro che ha prodotto una ricchezza di cui non può godere. In questa ottica i fastosi portali e gli atri dei palazzi potrebbero creare più imbarazzi che motivi di soddisfazione e vanto.

Ma torniamo alla nostra finestra. Il sito può anche essere causa di rammarico e contrarietà a causa di iniziative culturali, sociali e politiche della cosiddetta “intellighenzia” locale che, apparentemente lodevoli, rivelano invece superficialità, pressappochismo e, per voler rimanere nell’ambito della buona fede, ingenuità.

Un esempio fra tanti può essere l’incontro del Ministro Plenipotenziario camerunense con l’ Amministrazione Comunale.
L’idea non sarebbe sbagliata in assoluto se si inserisse in un progetto di più vasto respiro. Se rappresentasse una tappa di un percorso più ampio. Se rappresentasse il desiderio di ricercare proficui contatti con il mondo esterno, di offrire forme di collaborazione concreta, di scambiare conoscenze, di trasmettere e condividere valori di civiltà, di mettere a disposizione risorse e potenzialità. Se così fosse tutto ciò sarebbe azione lodevole. Persino doverosa da parte di un popolo che ha cercato e ancora cerca ospitalità nel mondo.
Ho letto sul sito le belle parole del sindaco - cito testualmente: “L’Italia deve guardare all’Africa – dice Giancarlo Di Rubbo, dopo l’inaugurazione di una mostra allestita durante le attività didattiche dall’istituto comprensivo P.M. Pirrotti – pensando anche a diventare esportatore di conoscenza e tecnologia. La globalizzazione è un processo che va governato, non dominato.”

Parole ovviamente condivisibili in linea di principio. Ma, realisticamente, quale contributo concreto può offrire la nostra Montecalvo nel governo della globalizzazione? Può l’Amministrazione di un piccolo centro come il nostro trattare proficuamente con il governo centrale di uno stato straniero? E di cosa in particolare?
Infatti, cosa ha fruttato in concreto la visita? Non parlo di quattrini, è ovvio, quanto di collaborazioni, di iniziative concrete scaturite dall’incontro. Quali progetti sono stati concepiti e si stanno realizzando a seguito dei lavori del meeting? In quali settori sono nate concrete cooperazioni? Quale vantaggio culturale, politico, sociale od economico hanno tratto le due comunità? Si fosse almeno parlato della parrocchia intitolata a S. Pompilio Maria Pirrotti che gli Scolopi stanno costituendo nello stato africano (lo sapevano gli organizzatori?).

Il tutto invece si è risolto in una vetrina per i politici locali e in una giornata di vacanza per i funzionari camerunensi. Un pranzo per tutti, cortigiani compresi. Fumo negli occhi per gli elettori montecalvesi. Evento senza alcuna importanza per il popolo del Camerun.

Considerato anche il mancato lavoro in ufficio (!) di tutti i dipendenti comunali coinvolti, quanto è costato l’evento?
Nondimeno al Montecalvese in “esilio” viene spontanea una domanda: si doveva proprio iniziare con il Camerun? Non sarebbe stato forse il caso di focalizzare l’attenzione su altri comuni esteri o del Nord Italia che ospitano i nostri concittadini? Di stringere con questi comuni quei gemellaggi che favoriscano l’integrazione? Di siglare convenzioni a vantaggio dei montecalvesi ivi residenti? Di farli così sentire, essi stranieri sempre e dovunque, seguiti e tutelati dai loro rappresentanti politici? Di mantenere vivo il loro orgoglio dell’appartenenza?

Sarebbe stato un modo giusto per riconoscere il loro contributo al Paese e ringraziarli di questo.
Amministrare una comunità non è cosa facile, soprattutto quando si tratta di realtà piccole e difficili come un paesino dell’entroterra campano.

In economie drogate come quella montecalvese, dove non c’è vero mercato, dove il costo del lavoro è ancora calcolato con vergognosa approssimazione, dove il “volontariato” dei familiari è ancora molto forte, dove sacche di assistenzialismo sono ancora presenti, dove è ancora possibile tenere i piedi in due staffe (impiego pubblico e imprese private, spesso contrabbandate per strumenti di cooperazione), essere riusciti in imprese personali non costituisce affatto prova inconfutabile di capacità manageriali che possano essere messe a disposizione della comunità amministrata.
Impostare un’azione amministrativa efficace per la collettività è un’altra cosa. Per nulla semplice. Le scarse risorse pubbliche devono essere gestite con accortezza, ricercando sempre il bene comune ed il massimo risultato riducendone al minimo gli oneri.

La gestione della cosa pubblica deve essere trasparente. Deve essere combattuto l’abuso, lo spreco ed il privilegio. Anche per rispetto a chi fa fatica ad arrivare a fine mese.
C’è bisogno, insomma, di gente capace di volare alto e che non abbia soltanto capacità e interessi, spesso pro domo sua, “fuori dal Comune”.

Mi si dirà che è comodo criticare stando alla finestra! Ne convengo: può essere più facile che concepire efficaci politiche sociali, economiche e occupazionali.

Non per questo però il cittadino deve rinunciare ad esprimere le proprie perplessità. Anzi, credo sia suo preciso dovere, per non rinunciare a quella funzione di stimolo e d’impulso propria del corpo elettorale. Soprattutto poi quando è completamente estraneo alla lotta politica diretta e la sua analisi non può essere scambiata per malcelato desiderio di sostituirsi agli addetti nella stanza dei bottoni.

Cordialmente.

Mario Corcetto






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