Si
va al Trappeto - di Mario CORCETTO
In questi ultimi tempi si sta facendo un gran parlare del Trappeto e da
più parti si levano grida di dolore per il rischio di una
sua perdita definitiva.
Al punto in cui siamo parlare di rischio è oramai inutile,
essendo le sorti del quartiere già segnate: si tratta solo
di sapere quanto durerà l’agonia e quando ci
sarà l’ultimo crollo.
Possiamo già riunirci attorno al suo capezzale e cominciare
a tesserne le lodi, come si fa con un defunto di cui si rammentano solo
i pregi, per pietà Cristiana e per quella sorta di timore
reverenziale con cui è sempre bene parlare di chi
è passato a miglior vita.
Possiamo così dire che era “il gioiello del nostro
centro storico”; che è stato per tanto tempo il
cuore della civiltà contadina. E via, a seguire, tutto il
bene possibile ed immaginabile.
Possiamo aggiungere - come si dice?! - per completezza di trattazione
che era il quartiere maggiormente antropizzato del paese, pur contando
un numero di abitazioni relativamente minore rispetto ad altre zone;
dove si viveva in promiscuità (genitori con figli, fratelli
con sorelle, uomini con bestie); possiamo soggiungere che
l’analfabetismo da quelle parti interessava quasi il 100%
della popolazione residente; non si può tacere che - ad
opera di munifici signori candidati al consiglio Comunale - al
Trappeto, prima delle elezioni amministrative, venivano puntualmente
distribuiti pacchi di pasta e scarpe usate (qualcuno
conoscerà il ritornello di una canzone popolare del tempo
che diceva: sono andati al Comune con scarpe vecchie e maccheroni
– ovviamente in dialetto rende meglio anche la rima).
Affinché non sembrasse elemosina si ricorreva a qualche
benevolo stratagemma per dare l’impressione ai munificati di
guadagnarsi quello che ricevevano: a loro era lasciato
l’onere di appaiare le scarpe traendole dal mucchio.
Era il Trappeto il quartiere da cui partivano le strenne natalizie
destinate alle case dei notabili - sempre affaccendati a mantenere
aggiornati i loro archivi! Il Trappeto era anche un’ottima
palestra di paternalismo dove
tanti “Signorini” hanno impartito le loro prime
benedizioni!
Il compagno “Don Michele”, durante una sua accorata
allocuzione nel corso di una campagna elettorale aveva paragonato,
probabilmente con eccessiva enfasi, il Trappeto ai “Sassi di
Matera” (- Guagliò! Chi lo avrebbe mai
sospettato?! - avrà pensato il popolo entusiasta, convinto
che i “Sassi” fossero qualcosa di bello od
importante).
Insomma, un quartiere caro a tanti perché faceva da punto di
riferimento verso il basso, facendo sentire migliore chiunque riuscisse
a tenersene lontano. Una comodità, in buona sostanza.
Ora però tutto è cambiato. Si va al Trappeto alla
ricerca delle radici. Si cercano le impronte lasciate dai potenti di un
tempo che, certamente, saranno passati qualche volta da quelle parti.
Si rende omaggio alla classe contadina trafugando i portali in pietra
delle loro misere stamberghe, trofei di caccia da esibire quale
preziosi ornamenti per le moderne case importanti.
“Montecalvo com’era” era il titolo di
manifestazioni estive che, fino a qualche anno fa, allietavano le
serate dei residenti e degli oriundi tornati in paese per le ferie.
Tutti a scoprire le grotte, gli anfratti, i
“monolocali”. Le mangiatoie vicino alle cucine, le
stalle prossime alle camere da letto.
E tutti a chiedersi ma come facevano a viverci? Come poteva una
famiglia convivere con gli animali?
E tra di loro i visitatori si chiedevano:
- tu hai abitato qui?
- si, ma per poco tempo.
- e tu?
- no, io no: per fortuna! Io sono nato e cresciuto
“Giù al Piano”.
"Arbeit Macht Frei” (Il lavoro rende liberi) era
l’insegna sopra il cancello di Auschwitz. Potrebbe essere
messa anche su un ipotetico ingresso al Trappeto, all’inizio
del “percorso turistico”.
Potrebbe apparire offensivo per le vittime dell’Olocausto ma,
a ben vedere, si possono scorgere delle similitudini tra le condizioni
degli occupanti i due posti: i contadini stavano agli internati e gli
artigiani ai Kapò, come i potenti stavano agli aguzzini.
Anche al Trappeto la scritta avrebbe lo stesso sapore beffardo: di
lavoro ne è stato fatto tantissimo dalla povera gente del
posto ma non è servito a liberare nessuno. Mantenuti
proditoriamente nel bisogno, soprattutto culturale, l’unica
libertà possibile è stata quella di partire...
Cordialmente, da lontano…
Mario CORCETTO
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