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Home arrow Idee arrow Gli angeli venuti dall'est marted́ 07 febbraio 2012
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Gli angeli venuti dall'est PDF Stampa E-mail
 
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europa_estSino a poco tempo fa si guardava a Montecalvo, ed ai piccoli centri in genere, come a delle oasi di “civiltà” dove sopravvivevano tradizioni e valori da tempo scomparsi altrove. Chi era rimasto in paese amava sottolineare - in certi casi a ragione - che nel luogo poteva pure mancare qualche comodità, ma dal punto di vista umano era un altro vivere. La città era dispersiva, i contatti umani rarefatti, spesso limitati ai rapporti di lavoro, sempre un po’ freddi e distaccati. Le occasioni per socializzare sempre più rare. La stessa famiglia era meno coesa e la solitudine era molto sofferta da tutti, soprattutto dai vecchi: spesso destinati a morire in qualche ospizio. In paese, invece, le amicizie nate tra i banchi di scuola o per le strade del quartiere duravano spesso tutta la vita. La gente era più cordiale e disposta al contatto; la disponibilità anche tra semplici vicini era incondizionata. [...]
La famiglia conservava una sacralità atavica e rimaneva sempre punto di aggregazione, il centro di solidarietà per antonomasia. Luogo ove ogni gioia veniva condivisa, ogni difficoltà partecipata. Estremo baluardo contro le insidie del mondo esterno.

In essa il bambino trovava la sua serenità, il giovane la giusta guida, l’uomo maturo il suo riconoscimento, il vecchio il sacro rispetto ed il necessario sostegno nell’età della vulnerabilità.

Nella famiglia patriarcale di un tempo era molto frequente che i genitori vivessero fino alla morte insieme ad un figlio, generalmente il primogenito. A questi era riconosciuto qualcosa in più quando si divideva la proprietà (lu tierzu ‘nanti mani), con il benestare degli altri figli che sapevano i genitori ben accuditi.
Nelle famiglie in cui i figli erano lontani per lavoro, c’era sempre qualche figlio o qualche vedova bianca che rimanevano in paese a farsi carico dell’assistenza ai genitori, ricompensati in parte da qualche pratico vantaggio quando ancora questi potevano fornire aiuto (come accudire i nipoti o far da tutore, garante e guida durante l’assenza del marito).

Se i genitori vivevano per conto proprio e uno dei due si ammalava per lungo tempo, i figli si alternavano al suo capezzale per periodi più meno lunghi compatibilmente con gli impegni lavorativi di ognuno. Non di rado le ferie venivano trascorse accudendo il genitore bisognoso. In ogni caso, insomma, tutti i figli, chi più e chi meno, si facevano carico dell’assistenza dei genitori.

Portare a morire un anziano in un ospedale era considerata una vergogna: sia per i figli che così facendo non avrebbero mostrato, agli occhi della gente, il dovuto rispetto per genitori; sia per questi ultimi ai quali il mancato rispetto da parte dei figli li faceva apparire cattivi educatori, incapaci di guidare i figli secondo la tradizione e di guadagnarne il rispetto. Quando l’anziano si trovava già ricoverato e le cose precipitavano si faceva di tutto per portarlo a morire a casa, sapendo così di far piacere al moribondo che si sentiva rispettato anche nell’ultima sua volontà: morire con dignità a casa propria dove anche un lamento era meglio sopportato e la sua intimità rispettata.

Se il vecchio non aveva figli trovava l’aiuto di parenti o vicini di buona volontà a cui lasciava in eredità tutti i suoi averi in cambio di un po’ di calore umano e dell’assistenza in caso di malattia. Tuttavia, anche quando non aveva di che ricompensare il benefattore l’anziano derelitto trovava lo stesso l’aiuto che gli necessitava, fornito per sola pietà Cristiana da amici o vicini. Le cure erano in ogni caso amorevoli quanto quelle riservate ad un genitore.

Purtroppo l’ultima generazione che ha avuto tali riguardi verso i propri vecchi si affaccia ora sul sentiero del proprio tramonto e, pur avendo seminato gli esempi di cui si è detto, lo trova sciaguratamente deserto, senza nessuno pronto a far da accompagnatore per l’ultimo tratto di strada.

Quando l’anziano ha esaurito la propria possibilità di essere utile e comincia ad avere lui necessità di aiuto e sostegno, nota sempre più spesso che la propria famiglia si dissolve come neve al sole. Il padre o la madre diventano un peso ed iniziano le controversie tra i figli per stabilire a chi spetti accudirli: il tempo per dedicarsi a loro non è mai sufficiente, ci sono i figli da seguire, il lavoro li assorbe oltremodo (e spesso svolgono gli stessi lavori dei padri...)!

Il proliferare nella zona di centri per anziani lungodegenti è la riprova di tale mutato atteggiamento nei confronti dei vecchi per i quali, troppo sbrigativamente, si accetta l’ineluttabile con malcelata rassegnazione: - purtroppo c’è l’età, che ci possiamo fare?! Almeno da “Chianca” c’è personale specializzato che sa sempre cosa ci vuole…

Il solo far visita al genitore anziano diviene una gravosa incombenza a cui volentieri ci si sottrae il giorno di festa! Specie se si hanno ospiti a pranzo!
Spesso le uniche visite sono quelle delle suore del paese che portano ai vecchi e ai sofferenti la simpatia di Cristo. Qualche volta anche di sera. E accade anche che la risposta al saluto delle religiose siano per l’anziano visitato le prime parole pronunciate nella giornata.

Ne potremmo dedurre, forse con eccessivo semplicismo, che concentrati a migliorare la nostra posizione economica abbiamo trascurato di coltivare quello che era il nostro comune sentire. Non siamo, probabilmente, stati capaci armonizzare il benessere economico conquistato con i valori fondanti della nostra comunità.

Ora per fortuna questo tragico problema sta trovando una insperata soluzione grazie al flusso migratorio di donne provenienti dai paesi dell’est europeo, note oramai a tutti come Badanti. Donne di età compresa tra i 40 ed i 50 anni che hanno figli grandi, spesso sposati, che quindi non hanno più bisogno di essere accuditi. Si tratta di gente che non ha più un lavoro in patria, o che deve completare il pagamento del mutuo fatto per l’acquisto della casa, o che deve guadagnare i soldi per spesare il matrimonio di un figlio, o che semplicemente ha bisogno di sollevarsi economicamente ed accetta di sacrificarsi per un po’ di tempo a migliaia di chilometri di distanza dalla famiglia. Persone generalmente di scarsa cultura, senza particolari specializzazioni lavorative, perlopiù contadini, a cui a noi arricchiti guardiamo più per il loro proficuo impiego in lavori per noi scomodi che per la loro ricchezza interiore. Figure perfettamente sovrapponibili ai nostri emigranti degli anni Cinquanta e Sessanta che a frotte hanno invaso mezza Europa.

Non sempre queste donne sono accompagnate dai mariti che, poco richiesti dal nostro mercato del lavoro, rimangono in patria a curare i loro interessi o magari ad accudire i loro anziani.

Persone dignitose che, spinte dal bisogno che le ha portate lontano da casa (mi sembra di averla già sentita questa storia!), accettano di sostituirsi ai figli degli anziani montecalvesi, contentandosi di compensi a volte irrisori se rapportati alla disponibilità offerta ed all’impegno speso. Né potrebbe essere altrimenti, vista la capacità di badare al proprio particolare affinata dai datori di lavoro: forse superficiali nel definire come accudire i propri anziani ma assolutamente scrupolosi nel calcolare “l’equo” compenso per la Badante e le spese per il vitto dell’anziano.

Così, facendo un po’ di calcoli, sommando l’indennità di accompagnamento alla pensione dell’anziano, riducendo al minimo le spese per mangiare, per la casa e per il riscaldamento si ha di che pagare la Badante e risparmiare abbastanza per pagare la macchina al nipote del caro infermo, già cresciuto con l’abitudine di andare a salutare i nonni nei giorni di festa per riscuotere qualche regalia in denaro.

Mi è capitato, invece, di parlare con Badanti che conoscono ancora il piacere della gratuità dei gesti; persone che sanno ancora riconoscere le cose veramente importanti. Gente non ancora caduta nel vortice del consumismo, tuttora in grado di dare il giusto valore alle cose. Persone dai costumi incorrotti capaci ancora di un amore verticale che arriva ai giovani partendo dai vecchi.

Perciò non sorprende la gentilezza con la quale riescono ad accudire gli anziani loro affidati, di quali amorevoli attenzioni si rivelano capaci. Con vero spirito di sacrificio, tenendo nel giusto conto il proprio utile, senza anteporlo al dovere.

Accade così che dall’incontro di due necessità nascano cose meravigliose: l’umana pietà si personifica e prende le sembianze di questi Angeli venuti da lontano; la sofferenza per il distacco dalle persone care e dai luoghi d’origine è messa a frutto nel migliore dei modi. Il dolore viene messo al servizio del dolore, la solitudine al servizio della solitudine per lenire gli effetti di entrambi.

Possiamo veramente dire che tra le due condizioni, la nostra e quella di chi si trova un passo indietro nella corsa al benessere materiale, sia migliore la nostra?

Firenze, 26 settembre 2006
Cordialmente, Mario CORCETTO
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